David Lynch | The Air is on Fire | 2007
Gli articoli che ho scritto nel corso dei miei 32anni si contano sulle dita di una mano. E tutte le volte sono stati dolori. Ad ogni modo sono riuscita a recuperarne uno che avevo scritto nel 2007 per una web-zine di Arte Contemporanea (Frattura Scomposta) in occasione della personale di David Lynch alla Triennale di Milano.
Un uomo in piedi al centro di un salotto dice ad una donna seduta sul divano di fronte a lui con le mutante abbassate: "Do you want to know what I really think?" La donna risponde secca: “NO”. L’uomo ha un coltello in mano e Dio solo sa cosa succederà dopo.
Questo magnifico squarcio di follia quotidiana condito da una cinica e strisciante ironia è il pezzo d’apertura della mostra David Lynch The Air is On Fire ideata e promossa dalla Fondazione Cartier Parigi e giunta alla Triennale di Milano dopo la prima tappa francese.
La mostra è il frutto dell’incredibile e articolata produzione visiva che in oltre quarantanni 40anni di onorata carriera ha visto David Lynch accumulare una serie imprecisata di opere composte da disegni, quadri di grandi dimensioni, sculture, collage, eleborazioni fotografiche, video sperimentali. Il tutto concepito e progettato dall’autore stesso come un viaggio all’interno della sua personalissima visione del Mondo e della realtà che lo circonda, una realtà fatta di situazioni al limite del comprensibile in cui convivono materiale inorganico straziato sulla tela, scritte da decifrare, segreti ed esseri umani trasfigurati da un’assordante follia. Ma nonostante a volte si abbia la sensazione che meccanismi ed associazioni possano rasentare il non-sense e nonostante sia molto forte la presenza dell’inumano e del soprannaturale nelle sue opere, difficilmente si tende a dare una connotazione fantastica ai suoi lavori. Anche quando ci si ritrova a fondo sala di fronte la ricostruzione in scala reale di una simpatica casetta tutta colorata il cui soffitto si abbassa fino a toccare pavimento con due poltroncine fatte di cartongesso.
Nella prima serie di quadri che si incontra entrando in mostra non c’è niente di esteticamente studiato per accattivare facili consensi, è chiaro che David si affida all’inconscio, non riflette su quanto produce, lo produce e basta, così com’è successo per la sua ultima mastodontica opera cinematografica Inland Empire, dove la sceneggiatura è stata scritta giorno per giorno sul set durante la lavorazione, così D. Lynch disegna e disegna ovunque, in ogni luogo, in ogni momento, su qualsiasi supporto; sul retro delle scatole di fiammiferi, sulla carta igenica, sui tavaglioli di carta, sulla carta intesta degli hotels assieme ad appunti dei numeri di telefono, progetti studi suggestioni. E’ impossibile non leggere tali opere come inesauribile fonte di ispirazione per la sua produzione cinematografica. Sarebbe stupido scindere le due cose.
Proseguendo lungo la mostra che si snoda lungo un percorso verticale troviamo una serie di piccole stampe fotografiche in bianco e nero. Sono nudi di donne d’epoca manipolate al computer; la tecnica come al solito è low-fi e la tematica è decisamente erotico-orrifico.
Poi si passa ai video, ben più interessanti. Si entra dentro una stanzetta in cui è stato fedelmente riprodotto il teatrino nascosto dietro il termosifone di Eraserhead con l’immancabile pavimento a quadretti bianchi e neri. Sulla parete sono proiettati i viedo sperimentali ed una serie di animazioni realizzate in Flash. La serie, intitola Dumbland (La Terra degli Stupidi), è stata definita dallo stesso autore come una serie "cruenta, stupida, violenta, assurda" e aggiungo io, esilarante per la totale assenza di freni inibitori. Al suo confronto la “serie dentro la serie” di Grattachecca e Fichetto in The Simpsons sembra un Cartoon Disney. In poche parole è come vedere un episodio dei Simpsons, ma più violento grezzo ed elementare: il padre è un orco disgraziato con solo tre denti che scorreggia e ripete ogni due per tre la parola “fuck”, la moglie è un entità amorfa e isterica, il figlio è un' automa impazzito. Insomma, Dumbland è la vera chicca su un totale di 90minuti di proiezione tra cortometraggi video e animazione, che a dire il vero, risultano un poco pesanti persino per una a prova di noia come me, come ad esempio “experimental soundscape”, una sequenza fissa di uno sfondo industriale dove tre semplici movimenti di pistoni generano un suono metallico che si ripete sempre uguale per circa 20minuti. Altro aspetto non trascurabile di questi video è il sound e il sapiente uso che David Lynch ne fa per creare quel senso di straniamento e alienazione. Non è un caso che abbia sempre curato personalmente il sound design dei suoi lavori cinematografici e non.
Al vernissage di Lunedì sera David Lynch ci ha deliziato della sua presenza eseguendo dal vivo una serie di brani strumentali introdotti da brevi letture, una performance fortemente evocativa che mal si adattava ad un serata inaugurale, tanto era il fermento della chiassosa e screanzata mondanità radical ‘shit’ milanese di vedere dal vivo uno dei più grandi cinesti viventi.








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